a cura di Enrico de Sanctis
Gli attacchi di panico sono considerati brevi episodi di forte stress emotivo e di intensa angoscia, che si manifestano attraverso sintomi fisiologici (es. senso di soffocamento, vertigini, sudorazione eccessiva, tachicardia) e sensazioni psicologiche di pericolo e morte. In ambito psicopatologico il nome tecnico è Disturbo di Panico, un tempo identificato come Disturbo da Attacchi di Panico o DAP.
Diversi studi correlano l'attacco di panico con l'ansia di separazione. In termini fisiologici, basta pensare all'atto stesso della nascita, come atto di separazione: esso è un vero e proprio attacco di panico, funzionale all'adattamento alla vita extrauterina. Senza entrare in dettagli tecnici, il neonato, che non ha mai respirato prima di quel momento, rimane senza ossigeno e senza risorse. Entra in uno stato talmente traumatico (es. tachicardia, spasmi toracici, reale sensazione di morte), a partire dal quale sarà possibile ricevere l'impulso per respirare, cosa che noi percepiamo tramite il suo grido disperato - e forse in parte anche vittorioso e liberatorio! - spesso confuso con il pianto. L'atto della nascita, quindi, è la prima esperienza fisiologica di panico, che nessuno di noi può evitare: segna l'ingresso alla vita extrauterina, a partire dal quale l'essere umano inizia il suo lungo cammino verso l'autonomia.
In termini psicologici, si può vivere questo stato fortemente ansioso in relazione a un vissuto abbandonico o a eventi particolarmente stressanti, evocativi di quel vissuto. Questo tema implica l'apertura a molteplici e complessi punti di vista legati alle teorie della mente, che in questo contesto scelgo di non approfondire. Ci tengo soltanto a sottolineare la relazione tra l'ansia di separazione, il rifiuto da parte dell'altro e la sfiducia che la persona ha di sé. Ognuno di noi, infatti, può separarsi davvero e sentirsi autonomo soltanto se ha avuto una buona relazione alle spalle, che ha favorito lo sviluppo di una positiva immagine di sé. Il bambino così divenuto adulto sa che la relazione con gli altri può essere buona e ricca di potenzialità, e si avventura nel mondo con fiducia.
Il termine ansia di separazione vuole indicare quelle situazioni in cui la persona sente, invece, di non saper cosa è meglio per sé, di dipendere completamente dagli altri, di non avere uno spazio nel mondo che è spesso poco ospitale.La persona sembra non riuscire a liberarsi di questi vissuti e resta con la speranza illusoria che un giorno le cose cambieranno e quel mondo tanto desiderato potrà diventare una realtà d'amore. In alcuni casi si rileva come la persona si sente colpevole di essere inadeguata e coltiva l'idea che solo se cambierà secondo il desiderio degli altri, essi non saranno più ostili.
Il problema principale di chi soffre di attacchi di panico - anche se questo è comunque vero per tutta l'area della psicopatologia - riguarda la sua struttura di personalità e la sua organizzazione neurale non facilmente modificabile, se non attraverso un percorso psicoterapeutico utile per ricostituire il processo che porta alla fondazione di un senso di fiducia in se stessi.
Il problema principale di chi soffre di attacchi di panico - anche se questo è comunque vero per tutta l'area della psicopatologia - riguarda la sua struttura di personalità e la sua organizzazione neurale non facilmente modificabile, se non attraverso un percorso psicoterapeutico utile per ricostituire il processo che porta alla fondazione di un senso di fiducia in se stessi.
Mi piace concludere con un riferimento a un pensiero psicoanalitico classico, rivisitato secondo i più recenti studi sia psicoanalitici che neuroscientifici, secondo cui si può ipotizzare, come già accennavamo, che l'attacco di panico potrebbe essere non soltanto un cattivo segno. Se pensiamo al neonato, infatti, possiamo accorgerci con evidenza che è solo grazie all'attacco di panico che il piccolo umano riuscirà a sopravvivere. Perciò, se da una parte l'attacco di panico mostra tutto il dolore e la paura che una persona vive, dall'altra potrebbe essere il tentativo di emergere da una condizione di malessere e, potremmo dire, di rinascere esattamente come fa il neonato, anche se nel caso dell'adulto si tratta di una rinascita non soltanto fisiologica. In assenza del vissuto di panico, così come il neonato morirebbe fisicamente, allo stesso modo potremmo dire che l'adulto resterebbe nel suo mondo di privazioni e continuerebbe a lasciarsi vivere in una condizione di morte esistenziale. L'attacco di panico, perciò, porta con sé un senso di disperazione, impotenza e paura, ma anche un tentativo di trovare la via autentica di espressione di sé.
Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
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