domenica

Questo blog...


...vuole stimolare il lettore con alcune idee sulla psicologia e dintorni, con l'augurio di creare curiosità e nuove domande.

Uno degli obiettivi della psicoterapia è proprio questo: creare uno spazio in cui la persona non sia "riempita" di spiegazioni e di definizioni, ma possa aprirsi alla libertà di un'elaborazione autonoma, una faticosa conquista che nasce dal mettere in dubbio le certezze acquisite e le verità proclamate dagli altri.

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
studio: via Canonica, 63 - 20154 Milano
telefono: 02.316096

Copyright © http://psicologo-milano.blogspot.com di Enrico de Sanctis

sabato

Attacco di panico


Gli attacchi di panico sono considerati brevi episodi di forte stress emotivo e di intensa angoscia, che si manifestano attraverso sintomi fisiologici (es. senso di soffocamento, vertigini, sudorazione eccessiva, tachicardia) e sensazioni psicologiche di pericolo e morte. In ambito psicopatologico il nome tecnico è Disturbo di Panico, un tempo identificato come Disturbo da Attacchi di Panico o DAP.

Diversi studi correlano l'attacco di panico con l'ansia di separazione. In termini fisiologici, basta pensare all'atto stesso della nascita, come atto di separazione: esso è un vero e proprio attacco di panico, funzionale all'adattamento alla vita extrauterina. Senza entrare in dettagli tecnici, il neonato, che non ha mai respirato prima di quel momento, rimane senza ossigeno e senza risorse. Entra in uno stato talmente traumatico (es. tachicardia, spasmi toracici, reale sensazione di morte), a partire dal quale sarà possibile ricevere l'impulso per respirare, cosa che noi percepiamo tramite il suo grido disperato - e forse in parte anche vittorioso e liberatorio! - spesso confuso con il pianto. L'atto della nascita, quindi, è la prima esperienza fisiologica di panico, che nessuno di noi può evitare: segna l'ingresso alla vita extrauterina, a partire dal quale l'essere umano inizia il suo lungo cammino verso l'autonomia.

In termini psicologici, si può vivere questo stato fortemente ansioso in relazione a un vissuto abbandonico o a eventi particolarmente stressanti, evocativi di quel vissuto. Questo tema implica l'apertura a molteplici e complessi punti di vista legati alle teorie della mente, che in questo contesto scelgo di non approfondire. Ci tengo soltanto a sottolineare la relazione tra l'ansia di separazione, il rifiuto da parte dell'altro e la sfiducia che la persona ha di sé. Ognuno di noi, infatti, può separarsi davvero e sentirsi autonomo soltanto se ha avuto una buona relazione alle spalle, che ha favorito lo sviluppo di una positiva immagine di sé. Il bambino così divenuto adulto sa che la relazione con gli altri può essere buona e ricca di potenzialità, e si avventura nel mondo con fiducia.

Il termine ansia di separazione vuole indicare quelle situazioni in cui la persona sente, invece, di non saper cosa è meglio per sé, di dipendere completamente dagli altri, di non avere uno spazio nel mondo che è spesso poco ospitale.La persona sembra non riuscire a liberarsi di questi vissuti e resta con la speranza illusoria che un giorno le cose cambieranno e quel mondo tanto desiderato potrà diventare una realtà d'amore. In alcuni casi si rileva come la persona si sente colpevole di essere inadeguata e coltiva l'idea che solo se cambierà secondo il desiderio degli altri, essi non saranno più ostili.
Il problema principale di chi soffre di attacchi di panico - anche se questo è comunque vero per tutta l'area della psicopatologia - riguarda la sua struttura di personalità e la sua organizzazione neurale non facilmente modificabile, se non attraverso un percorso psicoterapeutico utile per ricostituire il processo che porta alla fondazione di un senso di fiducia in se stessi.

Mi piace concludere con un riferimento a un pensiero psicoanalitico classico, rivisitato secondo i più recenti studi sia psicoanalitici che neuroscientifici, secondo cui si può ipotizzare, come già accennavamo, che l'attacco di panico potrebbe essere non soltanto un cattivo segno. Se pensiamo al neonato, infatti, possiamo accorgerci con evidenza che è solo grazie all'attacco di panico che il piccolo umano riuscirà a sopravvivere. Perciò, se da una parte l'attacco di panico mostra tutto il dolore e la paura che una persona vive, dall'altra potrebbe essere il tentativo di emergere da una condizione di malessere e, potremmo dire, di rinascere esattamente come fa il neonato, anche se nel caso dell'adulto si tratta di una rinascita non soltanto fisiologica. In assenza del vissuto di panico, così come il neonato morirebbe fisicamente, allo stesso modo potremmo dire che l'adulto resterebbe nel suo mondo di privazioni e continuerebbe a lasciarsi vivere in una condizione di morte esistenziale. L'attacco di panico, perciò, porta con sé un senso di disperazione, impotenza e paura, ma anche un tentativo di trovare la via autentica di espressione di sé.

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
studio: via Canonica, 63 - 20154 Milano
telefono: 02.316096

Copyright © http://psicologo-milano.blogspot.com di Enrico de Sanctis

martedì

La depressione

Spesso sentiamo parlare di depressione come di uno stato d'animo di tristezza, di disinteresse per la vita, di impotenza e incapacità, di rinuncia.
Ci tengo a ricordare che ogni situazione è individuale e va considerata in base alla storia singolare di ciascuno e alle caratteristiche specifiche di ogni soggetto.

In psichiatria è nota la distinzione tra Depressione unipolare e bipolare.
La prima è caratterizzata da un umore orientato in termini unicamente depressivi, la seconda dall'alternanza tra umore depresso e mania. La mania è quella manifestazione euforica, che può essere di diverso grado, relativa sia allo stato d'animo sia al comportamento di una persona.

Gli studi psicoanalitici, dalla fine dell'Ottocento fino ai nostri giorni, offrono a mio avviso una lettura importante, potremmo dire legata alla depressione bipolare o, meglio, alla relazione tra depressione e mania.
Facendo una brevissima sintesi, nella mia esperienza spesso rilevo una relazione tra ideali, realtà, creatività.
Schematicamente possiamo soffermarci su queste tre parole.

Se ci fosse una totale prevalenza degli ideali, il mondo esterno sarebbe assente, non sarebbe mai reale: questa condizione rappresenta la mania, dove gli ideali, in cui ognuno di noi giustamente crede, diventano però illusioni, vere e proprie idealizzazioni, che più si allontanano dalla realtà più diventano macroscopiche. Solitamente sono quelle situazioni in cui una persona deve primeggiare e sentirsi grandiosa, e non entra in relazione con gli altri se non per avere conferma di sé. Si tratta di situazioni in cui una persona "deve esistere solo lei" e può diventare anche aggressiva per raggiungere i suoi scopi. Senz'altro sono persone bisognose di potere, di controllo, di riconoscimenti affettivi.

Se ci fosse una totale prevalenza della realtà, il mondo esterno sarebbe dominante: questa condizione rappresenta la depressione, dove la realtà è talmente invadente da schiacciare le persone che si sottomettono con un senso di impotenza e incapacità. Solitamente sono quelle situazioni in cui una persona non sente mai di essere protagonista della sua vita e tende a lasciare sempre il posto agli altri.

Prima di introdurre la parola creatività, che è una parola chiave, è importante ricordare, come ho detto sopra, che la psicoanalisi propone una relazione tra depressione e mania. Si sostiene, infatti, che la mania si sviluppi per negare la depressione della realtà e della condizione esistenziale dell'essere umano.
Esiste un filone psicoanalitico tedesco e inglese, esteso anche in Italia a partire dalla fine degli anni Sessanta, che sostiene che entrare in uno stato depressivo di un certo tipo sia un passaggio evolutivo importante.
Questo passaggio evolutivo implica l'annunciarsi dell'autonomia: il bambino intuisce che non è onnipotente e che l'amore dei suoi genitori non è esclusivo per lui; accanto a questo dolore riconosce che può contare su di sé e che ha un margine di libertà che prima gli era precluso.

Aldilà dell'innegabile fatto che non viviamo nel migliore dei mondi, credo tuttavia che da noi dipenda la possibilità di riconoscere le nostre potenzialità e di superare quei divieti psichici e spesso invisibili che ci vincolano nella nostra libertà.
Riconoscere le nostre potenzialità significa dare valore ai nostri bisogni e alle nostre emozioni, significa pensare un'idea a partire dal nostro intuito, significa lasciare emergere un soffio vitale senza annientarlo sul nascere. Ecco, questa condizione rappresenta la creatività, la parola chiave che una psicoterapia si pone di ricostituire affinché l'individuo possa emergere dal suo stato sopravvivenziale ed esistere, ricominciando a vivere.

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
studio: via Canonica, 63 - 20154 Milano
telefono: 02.316096

Copyright © http://psicologo-milano.blogspot.com di Enrico de Sanctis

sabato

Insonnia e sogni

a cura di Enrico de Sanctis

Spesso di pensa che dormire sia un momento di riposo. Questa è un'idea comune non del tutto vera, perché l'organismo ha un'intensa attività durante il sonno. Per questa ragione molti studiosi si continuano a interrogare sul senso del sonno, che non è soltanto un dolce far niente utile al ristoro e al recupero delle energie, dato che l'attività cerebrale è assolutamente presente.

Anche i primi studiosi di psicoanalisi, primo tra tutti Freud, avevano ipotizzato che il sonno non fosse soltanto un momento positivo. Gli psicoanalisti dei primi del novecento, infatti, sostenevano che il sonno allentava le difese psichiche dell'individuo, cosa assai pericolosa per l'omeostasi organica e psicologica.
All'epoca si diceva che a causa dell'indebolimento delle difese psichiche, ciò che era stato dimenticato perché troppo doloroso e pericoloso per la coscienza, rischiava di tornare alla luce. Questa dimenticanza, tecnicamente, era consentita dal più noto tra i meccanismi di difesa: la rimozione.
I teorici della psicoanalisi, in effetti, ebbero un'idea piuttosto creativa, sviluppata intorno all'attività onirica durante il sonno: essi dissero che proprio il sogno sarebbe servito a evitare che i contenuti rimossi venissero a galla, perché il sogno camuffa e distorce il contenuto originario doloroso, rendendolo incomprensibile alla coscienza.
Il sogno era considerato una specie di rebus, indecifrabile. Si diceva, perciò, che il sogno era a servizio della rimozione e, quindi, anche a protezione del sonno: nel caso in cui, infatti, l'individuo che dorme venisse a conoscenza dei contenuti che ha rimosso, si sveglierebbe immediatamente in preda a una forte inquietudine e a uno stato d'angoscia.
Grazie agli attuali studi neroscientifici, questa idea non può più essere ritenuta valida, nonostante la sua ingegnosità.
Oggi, infatti, si tende a dire l'esatto contrario: il sogno non è a servizio dell'omeostasi dell'organismo, ma è un momento di trasformazione creativa a servizio della rigenerazione dell'esperienza psichica dell'individuo.

In che fase del sonno si sogna?
Il sonno viene suddiviso in due ampie fasi generali, la non-REM e la REM.
Introduco subito la fase REM (anche se avviene dopo la non-REM) perché è questa la fase di grande importanza endogena di cui stiamo parlando, la fase in cui si sogna, la fase in cui l'organismo chiude le porte al mondo esterno e attiva un processo endogeno cerebrale di grande valore: avviene un'attività plastica sui sistemi neurali, che consente una riorganizzazione strutturale dell'esperienza. Questo vuol dire che sono proposte nuove associazioni delle reti neurali, che evidenziano la creatività della mente. Nella fase non-REM, invece, manca questa processualità, avendo essa come sua caratteristica un fisiologico mantenimento della stabilità dell'organizzazione cerebrale.
In sintesi potremmo dire che la fase non-REM è conservativa, mentre la fase REM sembra essere trasformativa.

Se abbiamo ricordato che gli psicoanalisti dei primi del novecento avevano detto l'esatto contrario, e cioè che il sogno era il modo di placare gli animi dell'individuo che emergevano dall'assenza del controllo tipico della veglia (rimozione), è pur vero che uno psicoanalista inglese degli anni cinquanta, di nome Bion, aveva già cominciato a riflettere su ciò che le attuali neuroscienze oggi ipotizzano attraverso le loro indagini e ricerche. Sognare, secondo Bion, era un'attività massimamente creativa e chi non sogna non ha la possibilità di un cambiamento vero e proprio di sé. L'assenza del sogno può essere correlata a un deficit della plasticità cerebrale e
può verificarsi quando lo stato creativo della mente è particolarmente osteggiato, compromesso o del tutto inattivo. In un certo senso, in parole semplici, potremmo anche dire che chi non sogna ha paura di esistere.
Questo punto di vista di Bion, pur essendo particolarmente datato, esprime ciò che le attuali ricerche neuroscientifiche testimoniano: il sogno non è a servizio della rimozione, ma al contrario, lacera la staticità dell'equilibrio psicobiologico dell'individuo.

In che modo questo breve discorso sui sogni può riguardare l'insonnia? Attraverso la mia esperienza teorica, e soprattutto di ricerca clinica, ho cominciato a domandarmi se la difficoltà a dormire possa essere legata alla necessità di evitare un cambiamento, alla necessità di proteggersi e di restare legati alle proprie abitudini. Un'ulteriore ricerca molto stimolante, infatti, è l'indagine sulla correlazione tra sognare e dormire, secondo cui l'insonnia potrebbe essere causata dalla necessità di evitare il sogno.

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
studio: via Canonica, 63 - 20154 Milano
telefono: 02.316096

Copyright © http://psicologo-milano.blogspot.com di Enrico de Sanctis

Intervista a Enrico de Sanctis sull'omosessualità

a cura di Enrico de Sanctis

Esistono diversi modelli e teorie psicologiche che studiano la sessualità dell'essere umano. L’American Psychological Association (APA), l'Associazione scientifica americana più riconosciuta in ambito psicologico, considera eterosessualità e omosessualità due forme normali della sessualità umana. La stessa Associazione sostiene che le forme della sessualità non sono così definite come la cultura vorrebbe continuamente proporre in modo inequivocabile. In accordo con l’APA, sono critico con tutto quel filone "psi" che, fino agli anni Settanta, considerava l’omosessualità una devianza da un presunto modello normale e unico di sviluppo sessuale e, oggi, in un modo o nell'altro, tenta di far rientrare dalla finestra ciò che allora ha fatto uscire dalla porta.

Anche un certo filone di teorie psicoanalitiche post-freudiane perdono qualsivoglia valore e senso quando si dispongono di fronte all'essere umano, peraltro carico della sua sofferenza, con criteri normativi che negano le forme esistenziali del vivere autentico. Le teorie psicoanalitiche, sopra tutte le altre, dovrebbero promuovere la libertà d'espressione e l'emancipazione dell'essere umano attraverso la conoscenza di sé e del mondo.

Quando, invece, lo psicologo si pone come il professionista che sa qual è il modo giusto per vivere e, in virtù di questo, dispensa consigli, cade nell'errore più elementare che può commettere, tipico di chi è agli inizi di questa professione o di chi è assoggettato alla cultura dominante e non si interroga sul senso della vita. La cinematografia, per fare un esempio, si serve di questa figura-burattino sottomessa al potere per enfatizzare, alle volte giustamente scimmiottare, il comportamento di quegli psicologi che consigliano ai loro pazienti di vivere in un certo modo, mentre sono loro per primi, ovviamente, a non riuscirci. Lo psicologo, invece, ha il compito di restituire al paziente la sua libertà, non di dargli nuove norme. Le stesse teorie che si pongono nei confronti del comportamento degli esseri umani definendo quale sia quello giusto e quello sbagliato, si impongono sulla persona, dimenticando la loro principale funzione, il loro vero valore. La loro applicazione clinica diventa tecnicistica, direttiva, autoritaria e alla fine controproducente, in quanto mortifica l'espressività esistenziale dell'essere umano.

Recentemente un noto psicoanalista francese, Jacques-Alain Miller, si è mosso contro un'ordinanza ministeriale che toglie allo psicologo proprio la sua autonomia vitale, al punto da definirlo "un agente di controllo sociale", che "obbedisce a dei protocolli, fa quello che gli viene detto, raccoglie dati". Questo agente di controllo, aggiungo io, parla per statistiche e annulla la singolarità e la soggettività dei suoi pazienti. Essendo un burattino non può far altro che imprigionare anche i suoi pazienti in un pezzo di legno inespressivo nelle mani di un burattinaio che ne detiene il potere e lo governa facendolo muovere a sua immagine e somiglianza: Miller definisce questa figura professionale "tecno-psi" (il suo articolo è presente nelle News del mio sito).

La psicoanalisi, dal mio punto di vista, deve mantenere rigorosamente il suo privilegio di porsi:

a) in modo riflessivo e interrogativo nei confronti dell’essere umano e della vita;

b) in modo decostruttivo dell'ordine socio-familiare, con le sue implicazioni affettive, in cui l'individuo è immerso, potremmo dire incarnato e da esso quasi del tutto dipendente.

All'interno di questo quasi - quindi all'interno di un piccolo spazio - la psicoanalisi può e deve muoversi, con l’obiettivo di dare al paziente gli strumenti per aprirsi a un mondo non più prestabilito, allo scopo di vivere in autonomia secondo il suo soggettivo e personale modo di espressione di sé, aldilà delle persone e delle norme che lo vorrebbero uguale a se stesse.

Nell'intervista si discutono temi quali l'origine della sessualità, la differenza tra maschile e femminile, la cultura normativa eterosessista, il grave falso dei cosiddetti interventi "riparativi", lo sviluppo affettivo del bambino che cresce in una famiglia non eterosessuale e altro. In particolar modo si pone l'accento sull'universalità dell'esperienza omosessuale e sulle differenze dello sviluppo dell'esperienza eterosessuale.

Per consultare l'intervista, cliccare qui.

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
studio: via Canonica, 63 - 20154 Milano
telefono: 02.316096

Copyright © http://psicologo-milano.blogspot.com di Enrico de Sanctis

mercoledì

Normalità e follia

a cura di Enrico de Sanctis

La normalità è l'esito di un pensiero culturale che sottomette alle proprie leggi la libertà dell'essere umano. La creatività e l'espressività degli individui sono pertanto inibite: essere normali diventa rischioso, potrebbe essere il segno dello stato sopravvivenziale dell'individuo, che non è autentico nella sua esistenza.

Si possono verificare due condizioni principali: in un caso gli individui non si accorgono di essere sottomessi alle regole imposte da altri nonché ai vincoli affettivi e si adeguano passivamente; in un altro gli individui sentono di essere inadatti a vivere secondo le leggi imposte dagli altri, ma non sanno come fare per cambiare e non comprendono cosa sia giusto per se stessi.
Nel primo caso si sviluppa un'immagine di sé che deve raggiungere degli obiettivi ideali per poter avere la conferma del proprio valore; nel secondo caso si sviluppa un'immagine di sé che è in conflitto tra il desiderio di emergere come soggetto autonomo e la necessità di adeguarsi.
In entrambe le condizioni si parla di normopatia ovvero di un adattamento a un modo d'essere che non appartiene davvero all'individuo. Solo nella seconda, però, si può intervenire con l'obiettivo di conoscere le influenze ambientali per oltrepassarle e raggiungere un modo d'essere più personale e soggettivo, raggiungendo un'autentica affermazione di sé.

Scoprirsi soggetti autori della propria esistenza non vuol dire essere felici, vuol dire raggiungere un livello di comprensione emotiva che l'essere umano inevitabilmente dipende dall'ambiente in cui vive, ma possiede ugualmente un margine di libertà e creatività personali.
Potremmo dire che la salute non è raggiungere la normalità, ma trasformare l'idea che abbiamo di essa e la sua influenza su di noi.

Come dice François de La Rochefoucauld: "Chi vive senza follia non è saggio come crede".

Dott. Enrico de Sanctis
psicologo-psicoterapeuta
studio: via Canonica, 63 - 20154 Milano
telefono: 02.316096
sito web: www.enricodesanctis.it
e-mail: enrico_desanctis@fastwebnet.it
Copyright © http://psicologo-milano.blogspot.com di Enrico de Sanctis